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Route di Clan 2015: ARTICOLOZZO DI CRONACA VERA DOPO 2 MESI

 

Inizia il 30 luglio la route del Clan “Caterina”, con il treno che ci porta fino a Massa Centro. Da qui parte la strada tramite cui in qualche ora giungeremo a Resceto. Il primo pernottamento fila liscio come olio d’oliva toscano, e il giorno dopo ripartiamo baldanzosi. Per tutta la mattina percorriamo un sentiero quasi scavato nella dura roccia delle Alpi Apuane, la celebre Via della Tambura o Via Vandelli, antica strada commerciale e militare del Ducato di Modena, che ci porta a pranzare vicino ad un passo e poi ci guida fino a Vagli di Sotto.

Qui ci era stato promesso un lago: lo troviamo, ma non risponde esattamente alle aspettative. I più impavidi provano ad avvicinarsi, ma l’acqua non è molto invitante. A dirla tutta, non è neanche molto acqua, più che altro fango vagamente maleodorante. Anche stavolta per l’igiene bisogna accontentarsi delle fontane. Nella serata, una nota di sollievo per tutti: Giulia Rossi, rinomata studentessa classica, sbaglia un verbo. Citando il diario officiale della route:«Durante il gioco della sera Giulia si è lasciata scappare la parola “dicete”. Ovviamente tutti si sono sbalorditi». E’ festa grande per tutti gli ignoranti: anche i pignoli sbagliano a parlare.

Giorno 3, e le cose si fanno interessanti: nel tardo pomeriggio, in mezzo a un sentiero non esattamente pulitissimo (sempre dal diario di route:«Il sentiero […] si rivela essere un ammasso di rovi e punte urticanti e molto fastidiose, nel bel mezzo della boscaglia») il diluvio si abbatte sulle nostre anime di peccatori e inzuppa completamente tutto ciò che non è coperto da teli impermeabili. Per fortuna, però, a contare non è il buono o cattivo tempo, ma il buono o cattivo equipaggiamento (cit. Luogotenente-Generale Sir Robert Stephenson Smyth Lord Baden-Powell, Primo Barone Baden-Powell di Gilwell). In particolare, il nostro equipaggiamento ci permette almeno di salvare gli zaini e i loro contenuti. La sera giungiamo a Capanne di Careggine, piccolo frazione vicino a Isola Santa, la nostra destinazione iniziale. In nostro aiuto viene una famiglia gentilissima, che ci offre ristoro e ospitalità per la notte in una minuscola tavernetta, in cui ci sistemiamo, «piazzati stile partita di Tetris», tutto in cambio di qualche canzone la mattina dopo. Ringraziamenti di cuore, anche adesso, casomai trovassero questo sito.

Il quarto giorno si giunge finalmente a un lago degno di questo nome, a Isola Santa. Non che non abbia anche questo i suoi difetti, come la non-balneabilità. «Secondo Virginia [la Capo Fuoco, nda] i mulinelli sono in agguato se ti bagni oltre il ginocchio; secondo il proprietario, se tocchiamo l’acqua ci spara» . Purtroppo, quindi, siamo costretti a una furtiva sguazzata di piedi, e poi fuori dall’acqua. E’ una giornata più tranquilla delle precedenti, ci dedichiamo alle attività organizzate dalla staff. Nel pomeriggio si continua la marcia, il cammino non procede rapidissimo e ci fermiamo per il pernottamento fuori programma sul Col di Favilla; qui troviamo una radura con tutto quello che serve (una fonte d’acqua e…basta) e piantiamo le tende. Enrico Gandino, organizzatore del percorso, è abbattuto per non aver rispettato la tabella di marcia, ma può risollevarsi il morale con «un’animazione gestita maestralmente, […] un capolavoro, la gemma della giornata». Per la prima volta possiamo anche accendere un fuoco e, a fine serata, il gran momento arriva: quattro membri del clan (Jack, Luigi, Marta e Mattia) possono gridare alle stelle il loro nuovo totem (Lepre caparbia, Aquila brillante, Gazzella empatica, Tartaruga rapper).

Il quinto giorno bisogna camminare parecchio (e anche “barare” un po’, utilizzando i mezzi pubblici) per arrivare a Farnocchia. A proposito dei mezzi pubblici:«Il pullman, un lusso da molti invidiato, si rivela in fretta una trappola mortale. Le temperature da altoforno, sommate a zaini e sovrabbondanza di umani, causano svenimenti a catena e miraggi […]». Arrivati a destinazione è necessario trovare un posto per dormire, ed è presto fatto: un palco. Per quanto inusuale, infatti, il primo residente che incontriamo ci offre di dormire, senza tende, su un palco montato nella piazza del paesino, che si può “chiudere” con dei tendoni per garantire un po’ più di privacy. Noi accettiamo, e quella notte va in scena il primo, rivoluzionario spettacolo in cui gli attori non hanno neanche una battuta. Bassa affluenza di pubblico, però. La sveglia del giorno dopo è poeticamente riportata nel diario di route:«Sono le sette, forse, e la mastodontica campana bronzea ha appena concluso il suo chiassoso concerto. Provo un senso di smarrimento quando, aprendo a fatica gli occhi stanchi, al posto della solita tenda mi ritrovo su di un palco, accecato dagli impietosi raggi di un fulgido sole ».

Il sesto è il giorno più importante e, senza dubbio, più memorabile. Camminiamo fino a Sant’Anna di Stazzema, luogo del massacro di 560 civili da parte dell’esercito nazista il 12 agosto del 1944. Qui entriamo nel museo dedicato alle vittime, assistiamo a un breve documentario con le testimonianze dei superstiti, e abbiamo l’enorme fortuna di incontrarne uno di persona: Enrico Pieri, 81 anni, 10 all’epoca della strage. Ci onora della sua compagnia per qualche ora, ci parla del passato e delle sue memorie, ma anche del futuro e delle sue speranze, ci parla dell’Unione Europea come di un sogno che si è avverato, e che ora può (e deve) solo migliorare. E’ fonte di ispirazione, per noi, vedere un uomo così segnato dalla vita che trova la forza di sperare ancora, e di credere in una Comunità europea unita. Enrico ci offre anche uno spiazzo dove montare le tende, che accettiamo volentieri, e la serata vola sulle ali dell’entusiasmo per ciò a cui abbiamo assistito.

Ci si avvicina alla fine: il penultimo giorno ritorniamo a Massa, poi ci spingiamo fino a Marina di Massa per trovare il mare. Le spiagge gratuite non sono esattamente il massimo, ma d’altro canto non siamo in villeggiatura e qualunque massa di acqua fresca in cui nuotare è più che ben accetta. Non mancano gli incidenti (chi scrive, ad esempio, riesce a trovare e pestare l’unico riccio di mare in tutta la costiera toscana: per un po’ si teme l’amputazione della gamba; il pericolo è scongiurato solo dalle mani ferme di Benedetta che estraggono gli aculei con una pinzetta), ma nel complesso tutti si divertono e la fatica del cammino scivola via.

C’è aria di addii, e infatti: la mattina dopo prendiamo il treno che ci riporterà a Savona, e da lì dritti a Savigliano e a casa. La tratta Savona-Savigliano è forse la parte della route in cui si suda di più: il treno è strapieno e va a rilento, noi siamo in piedi negli scomparti tra un vagone e l’altro. Gli odori molesti di otto giorni di route si riversano nell’angusto scompartimento, intasato di persone. Mai l’odio verso gli scout è stato così concentrato, profondo e vivo in un mezzo pubblico. Ancora dal diario, leggibile a malapena in queste pagine tormentate:«Aiuto. Soffoco. Sono seduto sulle ginocchia in un buco vicino all’uscita del treno con Mattia e Pietro, non si respira. Con noi, nello spazio tra una carrozza e l’altra, altre 7 persone. Muoio. Le ferite di ustione da medusa bruciano sulla mia schiena sudata, e la penna mi scivola tra le umide dita. Non so se ce la farò, ma è mio dovere raccontare […]»

Si giunge a casa, ognuno fa docce infinite e scopre polvere in posti che non credeva neanche di avere.

Un giudizio complessivo? Bello. Non il trovare la polvere sotto la doccia, ma il camminare tutti insieme per giorni, con la pioggia e con il sole, con la fame e con la sete, per poi ritrovarsi la sera, sporchi e felici, a cantare a squarciagola nella notte. Fare esperienze che non avremmo neanche immaginato solo qualche anno fa; sbattersi per mesi ad organizzare la route, ma poi raccogliere i frutti di quell’impegno con gli interessi. Tutto questo, e va detto, anche grazie alla staff che ci ha spronato a fare del nostro meglio, superando la svogliatezza e la pigrizia di alcuni periodi. A nome del clan, che sto chiaramente rappresentando scrivendo queste righe, grazie mille.

Per chiudere su una nota meno seria, riporto le ultime parole scritte sul diario, che ben inquadrano lo spirito complessivo delle ultimissime ore della route:«L’ultimo giorno […]si svolge come sempre: 3 ore di progressione personale, cammino, sudore, verifica, culo dei capi, doccia, cacca comoda, pizza, birra, gelato e nanna».

Amen.

Un Rover

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